Salvaguardare l’economia, il presente ed il futuro: i motivi per cui anche la Serie B deve riprendere

In un momento di estrema difficoltà per tutto il mondo, che si prepara a far fronte ad un conta dei danni senza precedenti, il tema del calcio tiene banco in Italia dove la disciplina, che piaccia o no, va oltre il mero sport e s’intrinseca in ambiti e contesti ben più ampi e complessi.

Punto primo: il calcio in Italia non è uno sport come tutti gli altri non solo per il seguito totalizzante che ha ma semplicemente per l’indotto economico che genera; una cifra di circa 5 miliardi di euro che muove e scuote positivamente parte dell’economia italiana. Il 70% del contributo fiscale di tutto lo sport italiano, infine, è rappresentato da questo mondo che di fatto permette agli altri sport di reggersi. Partendo da questo presupposto il calcio deve riprendere e portare al termine la stagione onde evitare perdite economiche e situazioni irreversibili che travolgerebbero chi col calcio ci vive: magazzinieri, massaggiatori, fisioterapisti, giardinieri, manutentori, custodi e tutte le figure che da dietro le quinte contribuiscono alla formazione del prodotto pallonaro con stipendi medi e non faraonici come di chi questo sport è interprete e copertina.

Il Governo, nella figura del Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, sta mostrandosi restio nel legittimare l’importanza sociale ed economica del calcio ed invece di premere sull’acceleratore per sostenere la ripartenza di almeno Serie A e Serie B, sta rappresentando il maggior bastone tra le ruote per un movimento che ha in Gravino un baluardo valoroso.

Capitolo Serie B – La cadetteria avrebbe da affrontare il problema legato ai costi elevatissimi del protocollo sanitario da attuare per la ripartenza che comporterebbe una spesa aggiuntiva di circa 800mila euro; alcune società non possono permetterselo ma sarebbe ancor più grave fronteggiare le perdite, che vanno dai 2 milioni in su, in caso di non ripresa. Il sistema calcio andrebbe incontro ad un collasso sicuro minando in modo permanente e duraturo un sistema redditizio che porta nelle casse dello Stato cifre importanti. Elevandosi a super partes ed allargando il principio di neutralità anche alle altre parti in causa come presidenti, giocatori e tifosi; ne vale la pena non provarci nemmeno nel momento in cui la comunità scientifica troverebbe la soluzione?

Lasciando l’aspetto economico e valutando quello sportivo, invece, la conclusione dei campionati è l’unico modo per non scontentare nessuno e per evitare un imbuto di ricorsi ed azioni legali che non vedrebbe più una fine. Stabilire, con più di 30 punti ancora a disposizione, le promozioni e le retrocessioni scatenerebbe il malcontento di gran parte delle squadre che si appellerebbero all’illegittimità i questa decisione dando vita ad un circolo vizioso senza una fine.

Classe '96, amante del calcio e delle sue storie, innamorato della Serie B. Giornalista pubblicista dal settembre del 2020. Laureato in Scienze della Comunicazione.

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