Benevento, Vigorito: “Ho pensato di mollare, ma dovevo coronare il sogno di mio fratello. Serie A? Non è calcio”

Stadio "Vigorito" di Benevento

VIGORITO BENEVENTO – Attraverso le pagine di B Magazine apprendiamo un’interessante intervista a Oreste Vigorito, presidente del Benevento: “Il gol più importante della storia del Benevento l’ha segnato Cristian Agnelli e ha garantito al club la promozione in Serie C1. Le rete di Iemmello contro il Milan? No, quella l’ha segnata mio fratello Ciro, è una questione di cuore. Era milanista, così la settimana prima della partita guardai il cielo e con sorriso esclamai: “Dimostrami che vuoi più bene a me che al Milan”. E lui ha fatto gol. Nel 2010, quando è scomparso, ho pensato di mollare tutto. Il tempo però mi ha aiutato a ragionare, ho capito che bisognava coronare il suo sogno. Nelle ultime annate abbiamo vissuto una moltitudine di emozioni: la doppia promozione dalla C alla A e il ritorno in Serie B, anche se, secondo me, il salto dalla C alla B è avvenuto nella stagione meno attesa, perché quello non era il Benevento più forte degli ultimi anni. Però, com’è che si dice? Le cose accadono quando meno te le aspetti. L’avventura in cadetteria partì molto bene, ma poi arrivò una serie di sconfitta: il culmine ci fu dopo la sconfitta nell’infrasettimanale in quel di Cesena, dove soccombemmo 4-1. Negli spogliatoi feci una notevole sfuriata, dissi che avrei voluto vedere una reazione dalla successiva partita contro l’Avellino, e aggiunsi che se la squadra avesse vinto, sarebbe andata in A. Fu così, ma andammo in massima serie passando dai playoff. Le differenze tra le categorie? In Serie C le società sopravvivono per la passione dei presidenti, si parla di professionismo ma spesso per ottenere il pareggio di bilancio servono ingenti iniezioni di capitali. In Serie B è già diverso grazie ai diritti televisivi ed ai proventi da botteghino, mentre in Serie A non è calcio, è spettacolo. L’anno scorso non eravamo pronti per poter competere in quel contesto, perché il sottoscritto e il DS non avevano mai fatto la A. Anche l’allenatore era un esordiente e, per quanto riguarda i calciatori, i più forti non venivano per la precaria situazione in classifica, mentre i più scarsi accettavano per lo stipendio. L’organizzazione comunque non manca: abbiamo 25 dipendenti, una struttura che è ad immagine e somiglianza del pensiero di mio fratello, oltre ad un settore giovanile composto da 250 tesserati di assoluto livello, con la formazione Under 16 ancora imbattuta. C’è una cosa che vorrei ricordare di Ciro: si prendeva cura di tutto e quando andavamo in trasferta, in albergo faceva trovare sui comodini la brochure della città nella quale si andava a giocare. Era una cosa che gli piaceva moltissimo. Quando eravamo in Serie C, il Benevento era ritenuto una sorta di Juventus della categoria: in ogni partita gli avversari triplicavano le energie per batterci, volevano dimostrare il loro valore. Il mio rapporto con gli allenatori negli anni è migliorato, ora mi faccio influenzare meno dai risultati, dalle critiche e dalle voci. Un calciatore al quale sono particolarmente affezionato? Evacuo: andò perché soffriva troppo ad ogni sconfitta. Un ragazzo eccezionale, ho avuto solo figlie femmine ma se avessi avuto un maschio, avrei voluto un figlio come lui. Chi retrocede dalla A non ha la promozione in tasca, perché prima di tutto bisogna cancellare gli effetti negativi dei risultati dell’annata precedente. Proprio per questo ho pensato che l’ideale sarebbe stato un piano triennale per riconquistare la massima serie. Perché io e mio fratello nel 2006 abbiamo deciso di fare calcio? Per regalare un sorriso alle persone“.

Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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