Venezia, Zanetti: “L’allenatore deve essere uno psicologo. Esposito? Giocherà in Nazionale”

ZANETTI VENEZIA – Paolo Zanetti, tecnico del Venezia, si è raccontato ai microfoni di DAZN: “Il mio Venezia è la squadra del futuro? Deve esserlo, lavoriamo per questo. Sarebbe riduttivo associare una città del genere con il calcio, basta guardarsi intorno e il colpo d’occhio è molto chiaro. È una città antica ma, allo stesso tempo, proiettata nel futuro per dare continuità a questa bellezza.

L’allenatore deve essere uno psicologo e, soprattutto, non credo nella gestione paritaria. Abbiamo a che fare con trenta giocatori, a partire da ragazzi che hanno diciassette anni per finire con uomini di quaranta. Ogni calciatore è un individuo diverso. Posso contare su profili come Molinaro e Pomini, sono un valore aggiunto all’interno dello spogliatoio e, contestualmente, il nostro segreto. Aramu? È il primo calciatore con il quale ho parlato quando sono arrivato a Venezia, il suo percorso di crescita nasce l’anno scorso, quando è stato sicuramente la sorpresa del campionato. In questa stagione è arrivata la parte più difficile, ovvero la riconferma. Ha dovuto lavorare molto su se stesso anche in allenamento e ritengo che l’abbia fatto molto bene. Ha delle qualità eccezionali, può stare benissimo in Serie A, noi abbiamo contribuito alla crescita di un ragazzo di talento che non si deve fermare, perché ha ancora margini di miglioramento.

Sebastiano Esposito? Ha le stimmate del campione, deve smussare qualche lato del suo carattere, è molto esuberante ma questa è anche la sua forza, perché è un 2002 che gioca praticamente in una squadra che si sta giocando la Serie A. Ho un ottimo rapporto con lui, non gli risparmio nulla, gli arrivano cazziatoni quotidiani, ma ha predisposizione al lavoro. Vi assicuro che sarà un calciatore che farà parte per tantissimi anni della nostra Nazionale. 

La costruzione dal basso? Sto dalla parte di quelli che credono che l’inizio del gioco dal basso sia un’opportunità. C’è un coefficiente di rischio alto, perché se si perde palla si è vicini alla propria porta e si può prendere gol. È una filosofia di gioco attraverso la quale si cerca di attirare l’avversario in una zona di pressione. Quest’anno ci ha dato delle soddisfazioni. Per fare questo si richiede ai calciatori grande coraggio e personalità, questo è un cambiamento di mentalità bello da vedere e da fare. Ritengo che i primi a divertirsi con questo tipo di gioco siano i calciatori.

Le codifiche e la scelta, secondo me, sono due poli opposti. Io cerco di allenare i miei ragazzi alla scelta, che sta a loro. Senza i calciatori, noi allenatori non siamo nulla. La mia storia? Ho smesso molto presto di giocare, facendo una scelta lungimirante. Volevo allenare e ho investito su me stesso. Ho costruito dal basso il mio percorso, che non è finito, anzi è appena iniziato. Sono molto giovane ma molto ambizioso, ho fame di arrivare“.

Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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