ESCLUSIVA PSB – Venezia, Zanetti: “Sogno realizzato con il gruppo e l’identità”

ZANETTI VENEZIA – Le fredde e spesso limitanti previsioni di inizio stagione, elaborate e diffuse per dare in pasto una pseudo-realtà non ancora manifestatasi (e che non si manifesterà), non tengono in conto di un precetto dall’eminente ed elitario contenuto, costruito su due addendi: passione e lavoro. Elementi, questi appena citati, che rendono possibile l'(apparente)impossibile e dissolvono gap tecnici che sembrano obnubilare le prospettive di una squadra. Il Venezia di Paolo Zanetti, nella stagione di Serie B da poco terminata, ha concretizzato questa introduzione. Inquadrati in una dimensione diversa rispetto a quella poi meritatamente raggiunta, il sodalizio lagunare ha smussato pareri e regalato momenti di gioia e analisi per gli appassionati, oltre a una mastodontica promozione per il proprio popolo. Passione e lavoro, elementi già messi nero su bianco, cardini proprio del tecnico arancioneroverde, raggiunto in esclusiva dalla nostra redazione.

Chiederle dopo venti giorni di descrivere la doppia sfida contro il Cittadella risulterebbe probabilmente ripetitivo, quindi focalizziamoci sui momenti del percorso: come avete gestito lo stupore e la piacevolezza che avete generato verso l’esterno?

“In primis isolandoci e pensando esclusivamente a noi, ma è stato altresì importante porsi esclusivamente obiettivi a breve termine, mai a lungo termine. La partita più rilevante era sempre la successiva, bisognava accumulare punti per raggiungere l’obiettivo reale, ovvero quello di salvarci il prima possibile e, contestualmente, permetterci di inseguire il sogno. Sfido chiunque a dire che, a inizio anno, questa squadra fosse stata costruita per vincere o per stare nei piani alti. Eravamo assolutamente consapevoli di ciò, credo che l’umiltà sia anche questa, ovvero rendersi conto di quelle che sono le proprie capacità ma, allo stesso tempo, essere consapevoli che con il lavoro duro e costante è possibile alzare l’asticella, così da cercare di fare qualcosa di straordinario, evitando però di sovraccaricarsi di responsabilità inutili che magari sono incentivate da altre persone dall’esterno”.

L’elemento fondamentale per fare in modo che corpo tecnico e calciatori camminino a braccetto è quello della credibilità, che si costruisce sul dialogo, sui principi conferiti e sulle risposte dal campo. Dato che, come detto poc’anzi, il Venezia ha immediatamente mostrato questo fronte unito e cementificato, come Paolo Zanetti è riuscito in meno di dieci partite a far comprendere il senso del progetto e la strada da intraprendere? Lei ha giocato ad altissimi livelli: un gruppo di calciatori contiene venticinque caratteri differenti, con altrettante pretese potenzialmente divergenti, e inquadra un allenatore in pochissimi allenamenti.

“La cosa più importante è l’empatia che si crea tra allenatore e squadra. Questa è una dinamica che non si può né decidere né controllare. I ragazzi mi hanno dimostrato fin dalla prima settimana di credere in quello che stavo proponendo e, soprattutto, avevano bisogno della mia determinazione per provare a fare qualcosa di importante. Ho cercato, psicologicamente, di lavorare su questa cosa. L’organico è stato assemblato in pochissimo tempo, con 5-6 elementi reduci da un buon campionato nella stagione precedente, ad ogni modo terminata con una salvezza a una giornata dalla fine, altrettanti erano retrocessi, mentre l’arrivo di alcuni stranieri, per quanto bravi, implicava un necessario periodo di adattamento. Tutti questi ragazzi avevano la mia stessa voglia e predisposizione nel lavorare per migliorare, con l’obiettivo di diventare un po’ più incisivi e orientarsi verso la vittoria: questo significava attaccare e creare occasioni da gol, oltre a portare tanti uomini nell’area avversaria. Insomma, fare ragionamenti per diventare vincenti. È normale che non gli abbia chiesto di farlo in così breve tempo, supportato dal progetto a lungo termine della società. Non c’era fretta di raggiungere questo status, ma le amichevoli avevano già mostrato quali fossero le intenzioni: cinque vittorie in cinque partite. Da lì è scattato qualcosa, i ragazzi dicevano che qualcosa dentro di loro stesse cambiando. Ovviamente in un campionato ci sono delle difficoltà, degli alti e bassi, ma mantenere l’identità che avevamo edificato è ciò che ci ha permesso di uscire dai momenti complicati, come quello delle 6 partite senza vittorie in inverno. Farci danneggiare da questa situazione ci avrebbe portato a colare a picco ma, ribadisco, l’identità ci ha permesso di superare quella fase e a migliorare, non a caso poi sono arrivate quattro vittorie consecutive, che ci hanno proiettato verso l’alto e ridato la consapevolezza”.

Citiamo un momento preciso: a detta di chi scrive, la sintesi delle qualità e del percorso del Venezia è nel gol di Maleh al 107’ nella sfida playoff contro il Chievo. In quel momento eravate fuori, stavate giocando una partita estenuante, contro un’ottima squadra, ma siete entrati in porta con il pallone, mostrando una lucidità, nella frenesia del momento, che ribalta, anche in questo caso, la base di partenza, dato che pochissimi vostri elementi avevano già assaggiato determinati sfide.

“Sono d’accordo, perché nel momento di difficoltà emerge l’idea di gioco, ergo è normale che i ragazzi si aggrappino a quelle che sono le certezze. Devo dire che abbiamo spesso segnato in quel modo, per caratteristiche facevamo fatica a fare altro. Nelle ultime nove partite abbiamo giocato ogni tre giorni, compreso un supplementare, inoltre incontravamo squadre più fresche, con organici importanti: tutto ciò ci permetteva di capire che avremmo potuto soffrire, ma quello che ha fatto la differenza è stata la coesione all’interno del gruppo proprio nella difficoltà. Abbiamo dimostrato di non saper solo giocare la palla ma anche di saper soffrire insieme in partite secche, contro compagini atleticamente più brillanti, dando vita a sfide aperte, con tante occasioni da una parte e dall’altra. Ci sono state situazioni dove un gruppo come il nostro, abituato a dominare, è stato obbligato a soffrire e l’ha fatto bene. Nella Finale playoff di ritorno siamo rimasti in dieci per cinquanta minuti, quella è stata un’impresa, ma allo stesso tempo abbiamo dimostrato cosa voglia dire essere uniti nella sofferenza. Queste cose spiegano il passaggio tra giocare bene e vincere”.

Questa è una domanda alla quale di solito non si risponde perché si dà la sensazione di delegittimare il percorso di cui abbiamo parlato, ma a impresa raggiunta magari può accontentarci: qual è stata la partita dove ha realizzato che questi ragazzi fossero davvero in grado di scrivere la storia?

“Ci sono state due partite: la prima è quella contro l’Empoli all’andata, incontravamo una squadra che stava andando come un treno e riuscire a batterla ci ha dato un po’ di consapevolezza in più. Cito, poi, la vittoria in casa del Monza, successo costruito sia strategicamente che tecnicamente. Considerando il gap con una simile compagine, sicuramente fuori categoria, abbiamo capito di potercela giocare. Non posso dire che dopo quella vittoria ci siamo messi in testa l’obiettivo di poter vincere, perché non è così, ma abbiamo capito che, in caso di playoff, avremmo potuto dire la nostra. Detto ciò, in tante altre partite dove non abbiamo vinto, le prestazioni non sono mancate”.

Tocchiamo ora un argomento che lei ha dovuto necessariamente assimilare prima ad Ascoli, poi a Venezia, ovvero il problem solving: nel Piceno c’è stata la faccenda Ninkovic – Da Cruz per il famoso rigore, per giunta contro il Venezia, mentre in questa stagione ha dovuto affrontare la questione Maleh, poi rientrata grazie a grande lucidità da entrambe le parti. Come ha gestito lei, come allenatore, dinamiche sicuramente differenti ma ugualmente sfibranti per un gruppo e, nei limiti di ciò che vuole e può dire, che risposte ha trovato dalle rispettive società?

“Potrà sembrare strano ma, partendo dalla questione Ninkovic-Da Cruz ad Ascoli, posso dire che sono tutt’ora gli unici due calciatori che sento. Ha lasciato più strascichi nell’ambiente che nello spogliatoio, dove abbiamo risolto la questione in dieci minuti. Quella di Maleh era una situazione diversa, il discorso era contrattuale ed è capitato a un ragazzo straordinario, che inseguiva un sogno e aveva delle ambizioni, tutto ciò senza mai tirare indietro la gamba e mostrando attaccamento. Youssef è andato in scadenza e la società ha avuto una determinata esigenza, il gruppo è stato forte quando si è palesata la fattispecie ed è riuscito a sopperire a una situazione che nel calcio può manifestarsi. Non ho guardato il singolo, bensì la squadra. Ho dato fiducia a chi giocava al suo posto, senza chiudere le porte al ragazzo che, non a caso, quando è rientrato, è stato il miglior giocatore che abbiamo avuto”.

Concludiamo con una sua considerazione su un altro tema che nel calcio è quotidiano ma non viene mai approfondito: quello delle cosiddette promesse. Spesso, se non sempre, al raggiungimento di un obiettivo o, ad ogni modo, al finale di stagione, i tifosi si aspettano risposte immediate e dichiarazioni d’amore, non tenendo in considerazione la necessità di programmare e di valutare la compatibilità tra le aspettative delle parti in causa. Subito dopo i raggianti festeggiamenti, lei ribadì il proprio affetto verso la società e la piazza ma disse di non poter promettere. Vi siete visti, confrontati e avete deciso di continuare insieme. Il modus operandi per garantire serenità e chiarezza dovrebbe essere questo, e non quello citato nell’apertura di questo discorso. Cosa ne pensa?

“Ritengo che ognuno debba essere se stesso. Non ho fatto calcoli nel mio modo di gestire questa cosa, ho detto semplicemente la verità. Sono una persona che quando promette, poi mantiene. L’eventualità più brutta sarebbe stata quella di mettere entusiasmo e dire “sì, rimango” a un popolo che mi ha voluto bene e me lo stava dimostrando, per poi non rispettare quanto detto per questioni di programmazione, contrattuali, o di qualsiasi altra matrice. Bisogna dire la verità, le decisioni vanno comunicate successivamente. La gestione è stata lineare: ho detto che ci saremmo incontrati, è successo e ci siamo messi d’accordo. Questi confronti non sono indirizzati esclusivamente dalla volontà dell’allenatore: si dà per scontato che sia il tecnico a decidere, ma in realtà non è così, perché spesso è la società a stabilire se vai ancora bene oppure hai dato tutto e non sono percepite in te determinate motivazioni. Queste cose si fanno in due, ergo è normale avere un confronto sul futuro, soprattutto per il bene e il futuro del club. Nel momento in cui capisci che ci sono le condizioni per proseguire insieme, le parti vanno avanti. A mio avviso il modus operandi corretto è questo, alla base deve esserci l’onestà”.

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bonus
Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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