ESCLUSIVA PSB – Fulvio Pea: “Il calcio italiano deve ritrovare la propria identità. A Monza una delle esperienze più importanti della mia carriera. Braida? Un maestro”

ESCLUSIVA PSB FULVIO PEA – Alla guida della Primavera della Sampdoria, notato da Beppe Marotta, vinse uno Scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana sfiorando anche il successo del Torneo di Viareggio. Trofeo, quest’ultimo, portato comunque a casa una volta passato poi alla guida dei pari età dell’Inter, questa volta fortemente voluto da José Mourinho, arricchendo la sua proficua avventura in nerazzurro anche di una prestigiosissima Champions League U18.

La prima panchina tra i pro, con il terzo posto in Serie B e una promozione “solo” sfiorata ai playoff, la registra alla guida del Sassuolo, prima delle esperienze a Padova, Castellammare di Stabia e, soprattutto, Monza, dove salva in Serie C una squadra sull’orlo del fallimento, lanciando anche un giovanissimo Matteo Pessina. Dopo una poco fortunata parentesi al timone della Cremonese, l’ottimo lavoro alla Pro Piacenza e il ruolo di direttore del settore giovanile del Livorno, decide di compiere un’autentica scelta di vita, oltre che professionale, accettando prima di ricoprire il medesimo incarico ai cinesi dello Jiangsu Suning e, a seguito dello smantellamento della stessa società cinese, di divenire tecnico del Nanjing City.

Questo un piccolo sunto della carriera di Fulvio Pea, attualmente consulente del settore giovanile del KhorFakkan, club degli Emirati Arabi, con il quale abbiamo analizzato le difficoltà del movimento calcistico italiano, riemerse inesorabilmente dopo la mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, le possibili strade da percorrere per ridare valore e centralità ai nostri vivai e l’andamento di Monza e Cremonese compagini, come già ricordato precedentemente, presenti nell’importante curriculum del tecnico di Casalpusterlengo, in carriera operante anche al fianco di allenatori del calibro di Gigi Simoni, Rafa BenitezWalter Mazzarri e dello stesso José Mourinho. 

Giovedi scorso si è consumato l’incubo della seconda mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali per l’Italia. Un evento già di per sé catastrofico per una Nazione prestigiosa come la nostra, resa ancora più amara dal titolo europeo conseguito appena l’estate scorsa che aveva solamente nascosto, ma non colmato, le profonde lacune del nostro movimento. Come ha vissuto e come è stato visto all’estero il fallimento della nostra selezione?

“É stato tutto decisamente inaspettato, visto che la nostra Nazionale arrivava da un lunghissimo periodo positivo e che solamente un rigore sbagliato al 92′ ci aveva tolto la qualificazione diretta. Certamente, per chi lavora all’estero, i risultati della nostra Nazionale dovrebbero anche aiutare ad aprire nuove soluzioni professionali. Peccato davvero…”

Una delle principali cause cui viene fatta ricondurre la tragicomica mancata qualificazione della Nazionale a Qatar 2022 sembrerebbe essere la scarsa valorizzazione dei settori giovanili italiani, le cui rose toccano percentuali di calciatori stranieri, nella maggior parte dei casi, decisamente elevate. Lei, che ha scritto pagine significative a livello giovanile tra Sampdoria e Inter, e lanciato nel corso della sua carriera diversi calciatori oggi militanti in massima serie tra i quali Berardi, Biraghi, Faraoni e Pessina, come si spiega tutto ciò?

“Sinceramente, è un problema complesso: rimarco il fatto che la qualificazione sia sfuggita anche per un rigore sbagliato al 92′, quindi non reputo sia legittimo mettere in discussione tutto un intero movimento calcistico. Sicuramente qualcosa deve cambiare, non per la mancata qualificazione della Nazionale, ma perché il calcio si evolve, e quello italiano ha perso negli anni la sua identità: oggi la filosofia è fatta da un insieme di idee copiate e pertanto, di conseguenza, risulta più difficile costruire calciatori di assoluto valore”.

Potesse introdurre una norma per rendere più floridi i vivai tricolore, o comunque per consentire loro di riacquisire quella centralità oramai da tempo perduta (o forse mai pienamente avuta), quale sarebbe?

“Sono le proprietà, e i manager, a dover allestire budget che diano forza ai settori giovanili, non certo la Federazione: ma oggi, purtroppo, l’esigenza è quella di avere tutto e subito, perché spesso le proprietà sono di passaggio. Ma per “costruire” giovani ci vuole tanto tempo e altrettanta dedizione”.

Altro aspetto che mi ha decisamente colpito, sono state le parole di alcuni importanti figure operanti nei settori giovanili, le quali hanno affermato come già in tenera età oramai si tenda a dar maggior considerazione al fisico e alla stazza, piuttosto che alla tecnica. Da attento osservatore anche di giovanissimi calciatori cosa ne pensa di questa, a mio avviso rivedibile, tendenza consolidatasi nelle nostre scuole calcio? Non crede che parlare di riforme dei campionati e di crescita dei giovani risulti vano se il vero cambiamento non avviene ancor prima a livello di mentalità e visione di alcuni aspetti forse banali ma, allo stesso tempo, di primaria importanza?

“Credo che in una squadra ci sia posto per giocatori con qualsiasi struttura fisica. Naturalmente ci sono ruoli dove si necessita di giocatori forti fisicamente, ed in altri meno. Personalmente, darei più attenzione ad altre caratteristiche fisiche come la velocità, la rapidità, la potenza e, soprattutto, la rapidità di pensiero visto che il calcio è un gioco dove chi ha calciatori che “scelgono velocemente ” ha più probabilità di raggiungere gli obiettivi”.

Rimanendo ancora in un contesto generale ed “extra Serie B”, negli ultimi mesi ha tenuto banco la questione legata al rinnovo di Insigne col Napoli: prolungamento che non avverrà, essendo il fantasista di Frattamaggiore già un nuovo calciatore del Toronto. Nessuno dall’esterno è legittimato a giudicare le scelte di un professionista, chiunque esso sia, ma è innegabile che per un calciatore del suo calibro, nel pieno della sua maturazione calcistica e fresco campione d’Europa, fa strano che non siano pervenute offerte da parte di top club italiani. Una scelta adottata da moltissimi calciatori e allenatori negli ultimi anni e che, almeno nella sostanza, somiglia un po’ alla sua, che ha deciso di ripartire dall’altra parte del mondo dopo le ottime cose fatte in Italia. Le chiedo: ritiene che il suo lavoro non sia stato pienamente riconosciuto in Italia? A prescindere dal sempre esasperato aspetto economico, quali domande ci si pone nel momento in cui si presenta un’opportunità del genere?

“Ti ringrazio, ma io non posso essere paragonato ad un tale campione, neppure per le scelte professionali fatte! Qualche anno fa ho voluto cambiare ruolo e ho preferito “fare gavetta” all’estero, dove avrei potuto sperimentare nuove metodologie, strategie e tipologie di organizzazione societaria. Quella di Insigne, invece, è una scelta che già in passato molti calciatori hanno fatto, come ben ricordavi: provare un’esperienza all’estero è davvero emozionante, non tanto per i temi tecnici, ma per la crescita della persona stessa. Vivere culture diverse migliora decisamente l’essere umani e, visto che prima di essere professionisti siamo uomini, beh… diciamo che sono capitoli che aiutano a crescere anche sotto questo profilo”.

Partito forse con qualche aspettativa in meno rispetto allo scorso anno, perlomeno sotto il profilo comunicativo, il Monza è al momento nel gruppetto di squadre che si contendono la promozione diretta. La sua avventura in Brianza non è stata di certo delle più semplici, ma ciò non le ha impedito di compiere un vero e proprio capolavoro, portando una squadra sull’orlo del fallimento a centrare la salvezza. Che effetto le fa vedere, oggi, una compagine biancorossa tanto solida e ambiziosa al cui timone vi sono addirittura Silvio Berlusconi e Adriano Galliani? Crede che i ragazzi di Stroppa possano avere la meglio per il salto in massima serie?

“Sono decisamente contento che tifosi e tutti coloro che ruotano attorno al club brianzolo siano stati ripagati dei sacrifici e delle disavventure di quella stagione, che per me rimane comunque una delle più importanti dal punto di vista personale. Ora la squadra di Stroppa sta bene e, grazie all’esperienza della sua governance, oggi è entrata prepotentemente nella lista delle squadre che ambiscono alla promozione diretta, candidandosi fortemente ad uno dei due posti disponibili per il salto in massima serie”.

La Cremonese, invece, dopo anni di investimenti non redditizi che avevano portato in Lombardia tanti calciatori esperti ma non la tanto agognata promozione in A, ha deciso di cambiare modus operandi con l’approdo di Braida e con il ricorso a tanti giovani talenti italiani i quali, guidati da un eccellente Pecchia, rendono quella grigiorossa una delle principali indiziate al salto diretto di categoria. Crede che la politica dei prestiti e della valorizzazione degli stessi sia la strategia giusta per consentire da un lato la crescita dei giovani in ottica Nazionale e, dall’altro, il contestuale raggiungimento dei risultati sportivi per il club che li accoglie? Può la Cremonese, in tal senso, rappresentare un modello da cui il calcio italiano deve prendere spunto per potersi rilanciare?

“È una strategia, come ce ne sono tante. Forse questa è la più difficile, ma probabilmente anche quella meno costosa: ti permette di avere ottime squadre, e ottenere risultati, senza rischiare di appesantire i bilanci del futuro. Certo che, in tal senso, diventano fondamentali la conoscenza dei giovani e i rapporti con i club: Braida, in entrambe le cose, è decisamente un maestro”.

Guardando all’altra faccia della medaglia, però, il fatto di puntare su giovani così forti ma che, con tutta probabilità, a fine stagione torneranno ai rispettivi club di appartenenza, potrebbe anche paradossalmente rappresentare un rischio per i grigiorossi in caso di promozione, considerato che gli stessi si ritroverebbero senza alcune imprescindibili pedine della stagione precedente e in un contesto del tutto differente rispetto a quello cadetto? Il suddetto “modello grigiorosso”, quindi, risulterebbe attuabile, a suo avviso, anche in massima serie oppure sarebbe, suo malgrado, costretto ad “adeguarsi” ed essere schiacciato da un sistema calcio, quello nazionale, al momento tutt’altro che in linea con la coraggiosa politica del club lombardo?

“Decisamente si, naturalmente molto dipende anche da quale sia l’obiettivo del club: con qualche esperto, e tanti giovani di prima fascia, anche in serie A si può giocare un calcio interessante e dare filo da torcere. A tutti”.

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