Garbato, ma non troppo – La difesa a 3 è il virus che ha inaridito la Serie B. Il Frosinone è primo, ma nessuno apre gli occhi
La "normalità" è il vero antidoto?
“Non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa.”
Pochi riferimenti sono più calzanti della celebre frase di Woody Allen per raccontare quanto sta accadendo in Serie B, ma più in generale nel calcio italiano. Del resto quest’estate, parlando di Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri ha usato parole del tutto sovrapponibili per commentare e di fatto stroncare le idee della nouvelle vague di allenatori: “Lui mi piace, i suoi emulatori no”. Se negli Anni ’10 gli scimmiottatori di Pep Guardiola sono stati il principale problema di questo sport sia per monotonia e inefficacia della proposta di gioco che per scelte societarie volte a far sedere in panchina qualsiasi ex calciatore senza esperienza che per formazione impartita ai giovani, adesso è la difesa a 3 il virus che sta consumando il tessuto stesso del futbol soprattutto all’interno dello Stivale.
In Serie A è ciò evidente, ma in cadetteria è addirittura avvilente. Con l’esonero di un dezerbiano purosangue (ormai anche il calcio è manicheo e polarizzato egualmente a ogni altro ambito della società) come Davide Possanzini, 18 squadre su 20 giocano con lo stesso sistema. L’Avellino è in parte un’eccezione, perché adotta un approccio ibrido cambiando spesso tra 3-4-1-2 e 4-3-1-2, e poi c’è il Frosinone. Quello laziale è unico club a proporre la difesa a 4 e due ali vere inserite all’interno del 4-2-3-1. Ironia della sorte (o giustizia divina?), i ciociari sono primi in classifica e non perdono da quando alle 18 c’era ancora luce.
È un tema abusato, trito e ritrito, che l’interpretazione del Gasp della linea a 3 sia anni luce distante da ciò che si vede su ogni campo professionistico ogni maledetto weekend. È lampante che l’attuale allenatore della Roma rinunci a un difensore, mentre il 95% di chi dice di essersi formato presso la sua scuola faccia retcon del concetto di quinto per schierare una retroguardia composta da 5 elementi. Ci si vende come rivoluzionari, si agisce come conservatori. Andava detto, ma non è il fulcro della questione: il marketing applicato alla panchina fa parte del gioco.
Il problema non è difendere o attaccare, proteggersi o osare: esistono molteplici (ci piace, anzi, pensare che siano addirittura infiniti) modi di interpretare il calcio e uno sport non può basarsi su giudizi morali o addirittura su costrutti ideologici. Ognuno di essi è valido se applicato nella maniera corretta in un contesto adeguato e per uno scopo chiaro. La piaga che sta annichilendo la Serie B è l’omologazione. Per dirla come Marracash:
“Se riesci sei un genio, se fallisci sei uno zero e se fai quello che fanno gli altri rischi di meno”.
L’assoluta ripetitività di ciò che viene assimilato e riprodotto sul terreno di gioco rende prevedibile anche il campionato più imprevedibile al mondo. Non mancano e non mancheranno mai colpi di scena nel punteggio, poiché per fortuna errori e prodezze sono ancora gli aspetti che decidono le partite. I canovacci, tuttavia, si susseguono in un ciclo che appare infinito e che nessuno ha la voglia o il coraggio di spezzare.
È in questa banalità alienante che la normalità “originale” si trasforma in grandezza. Il Frosinone rifugge dallo schema in cui tutte le altre si sono barricate e asseconda le caratteristiche dei suoi interpreti. Le ali puntano, i centrocampisti palleggiano, Koutsoupias sfrutta il lavoro inserendosi senza sosta e trasformandosi nel top scorer della squadra. Ognuno fa ciò che sa, al meglio delle proprie possibilità. Non sono necessari fuochi d’artificio, basta attaccare con più uomini e soprattutto in modo diverso per generare il panico negli avversari. Ghedjemis è un calciatore splendido, ma non il miglior elemento offensivo del campionato. Anche Cisse, ad esempio, ha doti nel dribbling e nell’ultimo passaggio fuori categoria. Dalla prima giornata a oggi, però, ha progressivamente arretrato il suo raggio d’azione trasformandosi in un’ottima mezzala. Inutile? No. Limitata? Decisamente.
Massimiliano Alvini emerge come l’anti-integralista. Un uomo preparato, innamorato del suo lavoro, certamente creativo ma sopra ogni cosa razionale e dotato di pensiero critico. Ha assemblato una rosa che non partiva coi favori del pronostico, mettendo da parte le sue abitudini e cercando di ottimizzare il materiale di cui disponeva. Ha quasi sempre in carriera adottato un sistema a 3 e la struttura dell’organico in difesa probabilmente gli avrebbe permesso di ripetersi con criterio logico. Se hai Ghedjemis e Kvernadze, però, devi facilitargli la vita. Lui l’ha capito e su questo principio ha costruito un centrocampo ispiratissimo e autosufficiente, che permette loro di tenere l’ampiezza così da sfoggiare con grande frequenza un repertorio che sfugge a ogni codifica. Sarebbe bello vedere più formazioni del genere in un campionato che un tempo era laboratorio tattico d’eccellenza, ma il conformismo e i timori reverenziali stanno inaridendo l’humus su cui dovrebbe svilupparsi il calcio di domani.