Nicolussi Caviglia, un quattordici nella mente e nei piedi

NICOLUSSI CAVIGLIA PERUGIA – I numeri, nel calcio, sono stati storicamente utilizzati per anticipare il campo. La funzione era quella di presentare il calciatore in questione prima che quest’ultimo potesse esprimersi in campo. Leggendo il numero si poteva abbozzare un’analisi di cosa avresti visto di lì a poco. Ecco che è nata l’associazione del numero nove con il centravanti, poi del numero dieci (a partire da Pelé) con il fantasista e, a seguire, le categorizzazioni che conosciamo. Categorizzazione, per l’appunto: processo di aggregazione di calciatori con certe caratteristiche in un calderone con il numero di maglia come etichetta. Il nove e il dieci prima citati, così come il sette e l’undici per indicare gli esterni offensivi, il quattro per il difensore centrale e via di seguito.

C‘è un solo numero che ha l’onere e l’onore di far pensare a un unico calciatore. Nessuna categoria, nessun “gruppo”, nessuna molteplicità. Uno e uno solo. Quel numero è il quattordici, quel calciatore è Johan Cruijff. Unico uomo, tra i tanti che hanno donato la propria vita al servizio di questo sport, a rivoluzionare il calcio prima da calciatore e poi da allenatore. Un punto di rottura nei piedi e nella mente che, senza troppi giri di parole, ci permette di dividere la storia del voetbal in un pre-Cruijff e in un post-Cruijff. Il quattordici è il suo numero e chi lo indossa lo fa per tributargli i meritati elogi. Uno di questi è Hans Nicolussi Caviglia.

È difficile credere che a diciannove anni si abbia una simile cognizione del gioco. Spesso un giovane si lascia trasportare dai “soliti” miti (ed è legittimamente difficile pensare il contrario), quelli che persuadono e ammaliano con reboanti statistiche. Cruijff, prima di idolatrarlo, devi capirlo. Comprendere ciò che è stato per il calcio, analizzare come sia riuscito a cambiare il modo di pensare prima che di agire sul rettangolo verde. Non è facile. È affascinante, ma complicato. Se a farlo è un teenager che aspira a essere grande, vuol dire che siamo dinanzi a qualcosa di speciale.

In effetti Hans ha tutto per essere speciale. Cresce nella Juventus, nella scorsa stagione esordisce in prima squadra nella massima serie e, allo stesso tempo, ha modo di conoscere un calcio sicuramente atipico, meno concettuale e più ristagnante, come quello praticato in Serie C (dove milita con la formazione U23 della Vecchia Signora). Un bagaglio di esperienze che ha portato con sé a Perugia, dove si stava mettendo in mostra prima della pausa forzata con giocate di indubbia qualità. Dopo poco più di un mese di apprendistato, tra ottobre e novembre, Nicolussi Caviglia ha preso le redini del centrocampo e ha deciso di terminare la fase dell’assorbimento per cominciare quella della diffusione del proprio io. Un io fatto di una notevole tecnica individuale parte di un disegno che mira al bene del collettivo. Il calcio è un gioco dove l’individuo può sublimare il proprio livello se avverte la fiducia prima in se stesso e poi nella squadra. Solo così il singolo può essere determinante e dominante, altrimenti si ricade nella fredda buona prestazione.

Il calcio di Nicolussi Caviglia ha un senso. È fatto di qualità con il pallone e intelligenza senza, dato che il classe 2000 ha sempre dimostrato di saper interpretare la circostanza e modulare la propria scelta di conseguenza. È un calciatore che sente e in un certo senso chiede coralità, prova a interpretare le giocate e i movimenti altrui così da poterne beneficiare. Questa è una delle considerazioni da fare per esprimere la necessaria riluttanza a incatenarlo in uno specifico ruolo. Hans è playmaker, mezzala, trequartista. È tutto ciò che vuol dire centrocampo. Dimostrazione che i piedi sono uno strumento (possibilmente raffinato) che segue le istruzioni della mente. Parte tutto da lì. Questo ti porta a capire capire come e quando occupare uno spazio, se condurre il pallone oppure smistarlo. Comprendere, analizzare, pensare. Può sembrare un contenitore di complessità e, seppur ci si aspetti un contraddittorio, è proprio così: il calcio diventa semplice quando lo si comprende. È lì che un calciatore diventa grande. Questo è uno dei tanti lasciti dell’unico e solo quattordici. Questo è quello che ha compreso Hans Nicolussi Caviglia. Forever 14.

bonus
Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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