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Era il 17 febbraio del 2016, circa otto anni fa, ed un giovanissimo Yayah Kallon arrivava in Italia dalla Sierra Leone dopo un viaggio interminabile. Quella di Kallon è una di quelle storie che fanno capire quanto il calcio possa essere influente, quanto nella vita molto spesso ci siano cose ben più importanti di un pallone, che però è uno strumento sempre in grado di scandire una rinascita, come nel caso di Kallon. L'esterno del Bari si è raccontato in una videointervista al sito ufficiale dei Galletti, attraverso la sua storia, complicata ma vincente.



Ecco le sue parole riportate da pianetabari.com.



"Non vedo la mia famiglia da 9 anni. In Sierra Leone c’è una situazione particolare, ora va un po’ meglio. C’è gente che rapisce i bambini e li fa diventare soldati, quindi non è facile. Giocavo per strada con gli amici, è quello che ho sempre sognato. Per questo, insieme ai i miei genitori, abbiamo deciso di partire per l’Italia. Avevo 14 anni, mi hanno detto che era meglio che andavo in Europa e quando diventavo maggiorenne di ritornare. Ero molto legato a loro, ricordo che piangevano tutti quando me ne andai. Quando ero per strada ho cercato di legarmi alle persone che riconoscevo fossero brave e mi aiutavano. In Mali, Guinea ho trovato persone con cui ho lavorato per avvicinarmi all’Europa. Ho fatto il muratore, lavato case, il meccanico, fatto altre cose per guadagnarmi i soldi per arrivare in Libia e pagarmi il gommone. A volte venivamo pagati per questi lavori, altre no. Non sapevo la strada, ma non potevo tornare indietro. I miei genitori mi spingevano con la forza, li sentivo e andavo avanti. Poi sono arrivato in Burkina Faso, poi in Libia, dove è stato molto difficile. C’erano i bambini soldati che sparavano alla gente e non potevi andare neanche alla polizia. Ho visto tanti ragazzi morire lì, mentre i genitori sanno che sono in Europa. Nel deserto c’erano le loro ossa, i corpi di bambini, uomini e donne morti. Ho attraversato il deserto in 2 giorni. Eravamo in 24, su un pick up e ricordo che di notte facevo molto freddo e di giorno molto caldo. Non era possibile tornare indietro, come non era possibile tenermi in contatto con loro. Il mio pensiero era tornare in Sierra Leone a 18 anni. Prima di ogni partita parlo con i miei genitori, mi danno forza. Sono stato molto fortunato per aver affrontato tutte queste cose. Soprattuto nell’esperienza del gommone. Tanti sono morti in mare, noi ci siamo salvati. A Lampedusa ho richiamato i miei genitori, sentivo solo mia madre che piangeva. Poi lì abbiamo subito giocato a calcio con gli altri ragazzi. Spero che i miei genitori possano venire qui, io purtroppo non posso tornare".