ESCLUSIVA PSB – Viola: “Ringrazio Benevento, ora voglio restare in Serie A”

Non piangere perché è finito, sorridi perché è successo”. Con questa celebre frase di Gabriel García Márquez è possibile inquadrare l’approccio da utilizzare dopo aver appreso la fine dell’esperienza di Nicolas Viola in quel di Benevento. Un costante dare e avere tra le parti, che hanno regalato agli appassionati un ineguagliabile campionato di Serie B e tanti momenti da incastonare nelle cornici dei propri ricordi. Il centrocampista è stato, senza troppi dubbi, la nota più lieta delle ultime due stagioni dei giallorossi che, al contempo, gli hanno permesso di portare avanti un percorso di crescita che, come raccontato dal diretto interessato in esclusiva ai nostri microfoni, è stato il viatico per0 alzare il proprio rendimento.

Partiamo dalla fine: è difficile restare indifferenti dinanzi alle parole piene d’amore che hai rivolto alla piazza di Benevento nel tuo saluto. Ti hanno coccolato come un figlio e reso reale una parte dei tuoi sogni, dunque ti chiedo: cos’è stato per te il Benevento sia come uomo che come calciatore, dato che le due fattispecie camminano a braccetto?

“Quando sono arrivato non sapevo cosa aspettarmi. Non è che sia una persona dalle grandi pretese, se non quella di dimostrare in campo il mio valore. Concordo sul fatto che l’uomo vada di pari passo con il calciatore, questa è la mia filosofia. Credo nella crescita personale giorno dopo giorno, ritengo che non ci sia una fine di questo processo: a tal proposito Benevento ha contribuito, come ho scritto, a realizzare una parte dei miei sogni. Insieme abbiamo vissuto quelli che secondo me sono stati gli anni più belli di questa società.

Sei un calciatore che, numeri alla mano, non ha mai fatto mancare il proprio apporto. L’aggiunta che sembri aver apportato al tuo calcio è il lucido protagonismo nell’economia della manovra: hai dimostrato di saper essere al posto giusto al momento giusto e di stare in campo con una consapevolezza che ti rende un giocatore dominante. Come analizzi questa crescita?

“C’è un prima e un dopo nel Viola calciatore. Prima ero un elemento con delle giocate ma che si lasciava trasportare dalla partita. Giocavo senza pensare, era una dinamica quasi naturale, istintiva. Ho beneficiato poi di un percorso di crescita e ho avuto degli allenatori che mi hanno illuminato su determinate cose: uno di questi è De Zerbi, che mi ha dato delle nozioni di calcio importanti, che ho fatto mie. Ho cominciato a lavorare su me stesso e sul come cambiare la partita. Queste sono state le mie due fasi: l’evoluzione è stata quella di cercare di essere presente nella partita per novanta minuti invece che a sprazzi, questo ha cambiato totalmente la veduta su me stesso e quella degli altri su di me. Detto ciò, non nascondo che mi percepisco ancora all’interno del percorso di crescita di cui abbiamo parlato, il mio obiettivo è quello di mostrarmi, nel più breve tempo possibile, al 100% delle mie qualità, che ancora non sono uscite fuori”.

Hai citato De Zerbi e, allo stesso tempo, la tua centralità di cui abbiamo parlato è ragionevolmente da collegare anche al lavoro di Inzaghi. Che rapporto hai avuto con il tecnico?

“C’è stato grande rispetto tra di noi. Come dicevo prima, sono un giocatore che cerca di migliorarsi giorno dopo giorno, quindi mi piace comprendere e allenarmi. Sono alla costante ricerca di un qualcosa in più. Lui ha avuto la capacità di spostarmi più avanti, ho preso ciò come una sfida con me stesso, così da provare a fare qualcosa implementato solo in parte nella mia carriera e diventare, soprattutto in B dato che era la categoria dove stavo giocando quando ci siamo incontrati, uno dei migliori in quel ruolo. Il mio intento è stato quello di interpretare il ruolo assegnatomi dal mister con le mie caratteristiche. Inzaghi è stato bravo nel non limitarmi, così da permettermi di lasciarmi andare. Credo che si sia trovato in equilibrio che ci ha permesso di fare cose molto importanti in cadetteria”.

Un centrocampista che mette a referto cinque gol e tre assist in diciassette partite ha il diritto di considerarsi da Serie A. Cosa immagini per il tuo futuro?

“Il mio obiettivo è giocare il più possibile in Serie A, perché è la categoria che voglio e farò di tutto per rimanerle aggrappato. Il mio contratto è scaduto, sto valutando alcune cose ma, come appena detto, voglio restare in Serie A, così da dimostrare anche nella massima serie quanto fatto in cadetteria. Ritengo di essere abbastanza maturo per capire cosa fare, non vedo l’ora di poterlo metterlo a frutto in A”.

Nelle tue parole si tocca con mano la volontà di migliorarsi indipendentemente dall’età e dai soliti discorsi che si fanno arrivati ad un certo punto della propria carriera. Puoi approfondire questa tua costante ricerca dello stimolo come componente per alzare l’asticella?

“Parlo molto chiaramente: secondo me ho fatto una carriera al di sotto di quello che avrei potuto fare, soprattutto per demeriti miei. Allo stesso tempo ho avuto la bravura, perché non credo nella fortuna, di capire che lavorando su se stessi si possa migliorare. Ho iniziato un percorso di crescita personale, che mi ha aiutato a capire me stesso e cosa volessi fare. Non voglio vivere di rimpianti e arrivare un giorno a dire che avrei potuto rendere in maniera migliore, e sto facendo dunque il possibile per diventare il giocatore che voglio. Ho grandi obiettivi, motivo per il quale devo lavorare: questo mi spinge a dare sempre il 100% ed è la motivazione che mi fa andare avanti, con l’umiltà alla base ma, contestualmente, il coraggio di poter sognare”.

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bonus
Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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