ESCLUSIVA PSB – Como, Ludi: “Progetto a lunghissima visione, vogliamo alzare l’asticella ma con equilibrio”

CARLALBERTO LUDI COMO – Siamo al cospetto di uno dei progetti senza alcun dubbio più interessanti della Serie B ma, allargando discorso e bacino, del calcio italiano nella sua totalità. Como e il Como mescolano grande tradizione all’innovazione desiderata dalla famiglia Hartono, che ha dato indicazioni e fiducia agli uomini di punta del progetto lariano, ovvero il CEO Dennis Wise e Carlalberto Ludi, capace di coniugare i ruoli di Direttore Generale e Direttore Sportivo, mostrando quindi attenzione e competenza sia sul lato meramente sportivo che sui discorsi manageriali, a ulteriore testimonianza di come questi ambiti all’apparenza separati abbiano oramai (legittimamente) finito col completarsi a vicenda. Raggiunto in esclusiva dai nostri microfoni, Ludi ha analizzato in profondità tanti temi riguardanti il club che sovrintende. 

Direttore, chiudere una stagione senza aver mai rischiato di dover lottare per la retrocessione rappresenta certamente un motivo di grande orgoglio operativo per una compagine neopromossa. A un certo punto, precisamente dopo il 4-1 rifilato al Perugia, avete probabilmente annusato la possibilità di poter fare qualcosa di epocale, ma il giudizio sull’annata non può che essere più che positivo.

“Abbiamo un approccio molto equilibrato al nostro lavoro. Sapevamo che la salvezza avrebbe dovuto essere l’obiettivo, nonostante la consapevolezza di aver allestito una buona squadra e la presenza di un allenatore ampiamente capace di poter essere un valore aggiunto all’interno della stagione. Eravamo una neopromossa, tante dinamiche non le conoscevamo, abbiamo confermato tanti ragazzi che non avevamo mai fatto la categoria e inserito quindici nuovi elementi, un dato non banale. Non era scontato che si creasse la giusta chimica in tempi brevi, in più da Direttore Generale e Sportivo non avevo ancora vissuto questa categoria, menzionando anche il centro sportivo, che non era ancora di proprietà: un insieme di cose che ci ha fatto capire come l’obiettivo dovesse per forza di cose essere la salvezza, possibilmente nel minor tempo possibile, com’è poi accaduto, dunque siamo estremamente soddisfatti. È vero, dopo Perugia vedevamo la squadra volare, quindi speravamo di poter segnare, l’abbiamo fatto ma l’infortunio di Chajia ci ha tolto la componente di imprevedibilità che è probabilmente mancata rispetto a quest’ulteriore upgrade”.

Il passato del Como, prima dell’inizio dell’era SENT, con la famiglia Hartono e ora l’Amministratore Unico Wise, è stato certamente barcollante per le gestioni che hanno caratterizzato il club. Quanto conta per lei che è certamente la figura sportiva di riferimento, mantenere con la proprietà un discorso che coniughi ambizione ed equilibrio?

“Per me è molto importante. Questa comunità ha bisogno di stabilità, fortunatamente un criterio fondamentale per la famiglia Hartono. Le potenzialità della nostra proprietà le conoscono tutti, ogni tanto si riporta il patrimonio, ma è un numero che ha poco riferimento rispetto a quello che è il nostro approccio. Il patrimonio indica le potenzialità, ma non significa che ci sia alcuna intenzione di fare il passo più lungo della gamba e bruciare le tappe, perché pensiamo che questo sia deleterio. Il nostro modus operandi è molto più analitico, la famiglia Hartono obiettivamente non ci fa mancare niente ma ci chiede di crescere gradualmente, perché è l’unico modo affinché questo progetto possa essere sostenibile e crescere nel tempo. Siamo contenti di poter dire che la piazza di Como ora ha una stabilità diversa rispetto agli ultimi vent’anni, ha un progetto a lunghissima visione che si svilupperà con attenzione a una crescita non solo sportiva ma da implementare anche in termini di valorizzazione del brand, infrastrutturale, asset societari e creazione di valore, tutte cose che negli ultimi tre anni di gestione siamo riusciti a ottenere”.

Ora andiamo nei discorsi di campo e da campo: sono arrivati i verdetti riguardanti squadre dalle quali avete preso calciatori in prestito, come Cagliari (Cerri), Genoa (Parigini), Nottingham Forest (Ioannou), ma in generale sono diverse le situazioni a titolo temporaneo che necessiteranno di ragionamenti. Cito altri calciatori: Ciciretti e Vignali, mentre su Gori ha già detto che saluterà e Varnier anche pare si sia allontanato. Può tracciare un punto di questa situazione?

“Su Gori si è detto tanto, non sono stato così definitivo, probabilmente sono stato frainteso. È un buon portiere, ha avuto una stagione positiva all’inizio, meno positiva nella seconda parte, complice anche un infortunio che ha subito, dunque rientrare negli ultimi scampoli di annata non è stato facile né banale. Con onestà dico che analizzeremo il mercato, è una cosa che abbiamo riferito sia alla Juventus che all’agente del calciatore. Ad ogni modo, reputiamo Gori un ottimo profilo per la categoria. In merito a Cerri sono stato molto più chiaro, è un giocatore che vorremmo riportare ma non dipenderà solo da noi, anzi la nostra volontà è quella che ha meno peso specifico. L’anno scorso siamo stati forti e bravi nell’aspettare il giocatore, lo dico con grande orgoglio. Abbiamo messo sul tavolo del ragazzo un’offerta che potesse soddisfare sia lui che il Cagliari, dopodiché è stata la volontà di questi due soggetti ad aver fatto in modo che l’operazione giungesse alla fumata bianca, perché Cerri sarebbe potuto andare altrove ma alla fine siamo riusciti a convincerlo. In questa sessione di mercato la dinamica sarà la medesima, non mi sorprenderebbe se, alla fine, il Cagliari questa volta decidesse di non privarsene. Parigini è un calciatore che ci ha dato tanto, ha trovato la continuità mancatagli negli ultimi quattro anni, a mio avviso ha 6-7 gol nelle gambe e nei piedi, quest’anno ne ha sbagliati di facili ma è evidente di come sia un elemento in grado di determinare dal punto di vista offensivo. Ha mostrato anche caratteristiche giuste in termini di spirito nel quotidiano e non solo nei novanta minuti di partita. Proveremo a capire se ci saranno margini per negoziare. Vignali e Ioannou, i nostri due terzini, sono stati giocatori importanti ma hanno situazioni non facili perché il mercato in entrata dello Spezia è chiuso e il Nottingham Forest vorrebbe monetizzare, mentre Ciciretti secondo me è un calciatore di assoluto potenziale, ragioneremo anche in ottica di confronto con l’allenatore. Marco Varnier è un giocatore veramente splendido, quest’anno ha patito un po’ di infortuni, non legati al ginocchio, questo ci tengo a sottolinearlo, era il timore di tutti ma alla fine è stato il problema meno limitante: rientrerà alla base, gli auguro un grandissimo futuro. Sugli altri, Nardi rientrerà alla Cremonese, che deciderà il suo futuro, così come Peli tornerà all’Atalanta”.

Questa stagione dovrà essere quella della conferma se non, probabilmente, dell’innalzamento delle possibilità del Como. Sotto un aspetto pratico, di costruzione della rosa, quanto sarà complicato – se sarà complicato – per lei avallare questo passaggio dovendo al contempo cambiare tanti calciatori? Non c’è il rischio che inclinando l’asse di quest’annata possa servire più tempo del previsto per carburare nuovamente?

“Questo è il rischio, ma accettiamo di correrlo in tutte le stagioni. Preferiamo essere liberi di operare nel mercato estivo invece di essere vincolati da scelte precedenti rivelatesi sbagliate, che potrebbero dunque condizionare la campagna di rafforzamento della squadra. Nell’ultima stagione questa strategia ci ha premiato, speriamo sia così anche nella prossima, che secondo me sarà più difficile perché bisognerà confermare le aspettative e alzare l’asticella. Tutto ciò passerà dal mercato e anche dalle motivazioni dello zoccolo duro. Parlo dei vari Bellemo e di calciatori che magari la gente dava per scontati ma scontati non sono stati, che faranno da fondamenta rispetto a un gruppo che si dovrà ricostruire, potendo magari contare su 2-3 giocatori già presenti in prestito quest’anno, che potremmo riuscire a rinegoziare così da partire un passettino in avanti rispetto a quello oggi immaginabile”.

Non tutti sanno della sua passione per la scrittura e la comunicazione calcistica. Qualche anno fa ha scritto su MondoFutbol un interessantissimo articolo sull’iconico modello La Masia, dato che ebbe modo di conoscere e assaporare dall’interno quel micro-cosmo senza eguali. Quali sono, dunque, i suoi progetti e i suoi sogni per il settore giovanile? Quest’anno la vostra Primavera ha messo in mostra profili interessanti come Citterio, Di Giuliomaria oppure Tremolada, ma il discorso ovviamente va ampliato alle altre categorie e alle infrastrutture.

“È stato un diletto nato a seguito di una visita a La Masia e dall’amicizia in essere con Carlo Pizzigoni, che mi chiese di scrivere un pezzo. Mi sono divertito a raccontare di una realtà, più che di un progetto, unico e straordinario, probabilmente irripetibile altrove. Secondo me tutti quelli che operano nel nostro settore devono portare le proprie idee rispettando il contesto in cui si inseriscono, questo è fondamentale. Pensare di replicare qui quanto fatto da Inter, Milan, Barcellona o altre compagini sarebbe folle. Qui siamo a Como, abbiamo un’identità e un progetto che si è sviluppato negli anni. All’interno di questo scenario, è stata una mia priorità riportare qui Giancarlo Centi e affidargli la nuova vita del settore giovanile, perché prima che arrivassi era gestito in outsourcing. Sono passati da tre anni, dunque il primo micro-ciclo di lavoro, confermiamo in maniera convinta quanto fatto e siamo pronti a passare al prossimo step, che mirerà alla professionalizzazione di tutte le categorie e staff, così come all’innalzamento della qualità delle rose, che non vorrà dire per forza spendere soldi del mercato, bensì ampliare la rete di scouting e avere più sguardi – qui ho fatto mea culpa – da parte della prima squadra su quello che è l’operato dei tecnici e dei ragazzi, mostrando inoltre il coraggio di far scavalcare una categoria a talenti particolarmente dotati. Stiamo buttando giù le prossime strategie, perché il settore giovanile è un asset importante e un settore veramente centrale di quello che è stato e sempre sarà il Como. Vorremmo migliorare la qualità del lavoro quotidiano e dei gruppi, perché la mia indicazione è costantemente quella di crescere”.

Le chiedo di inserire in questo discorso anche quanto lei disse qualche mese fa, quando le fu fatto notare il poco minutaggio under del Como: “Non abbiamo bisogno di speculare sul minutaggio”. Il Como ha chiuso il campionato con un’età media di 26,3 anni, perché per quanto sia certificato il ridotto spazio agli under è allo stesso tempo da sottolineare come in rosa gli unici due Over 30 siano Facchin e Iovine. La sensazione è che vi interessi maggiormente il livello più che l’età.

“Hai detto benissimo, che ben vengano i giovani se pronti e ricchi di talento. Dal mio punto di vista, i calciatori estremamente esperti non rappresentano necessariamente un valore aggiunto in termini tecnici né di personalità, perché alle volte sono meno positivi di ragazzi in fase ascendente, senza dimenticarne la minore appetibilità in ottica mercato. Avevamo effettivamente una quota under bassa, anche se tra i nostri ranghi sono stati presenti elementi come Cagnano, Varnier in più partite, Nardi nella seconda parte della stagione, senza dimenticare il tentativo con Zito Luvumbo, un giocatore non banale che poi non ha trovato il suo spazio. Noi li mettiamo a disposizione, dopodiché devono essere ritenuti idonei e pronti. Faccio un esempio: Okoli, che abbiamo visto con la Cremonese, è anagraficamente un under ma è un calciatore dominante in categoria, dunque ha un grandissimo impatto. Il mio compito, condiviso con Wise, è creare una squadra che abbia sempre vita dal punto di vista del mercato, motivo per il quale gli over 30 latitano così nettamente. Non escludo che ci possano essere 1-2 inserimenti di questo tipo per alzare l’asticella, ora non è una priorità ma non mi piace mai essere assolutista. Secondo me un profilo dai 24 ai 27 anni ha maggiore ambizione di uno dai 30 a salire, allo stesso tempo si presume stia meglio sotto l’aspetto psicofisico e, quindi, è compito mio gestirlo e farlo crescere. Soprattutto, qualora sbagliasse la stagione, così come nel caso in cui facesse molto bene, non mancherebbe mercato, dunque potrebbe portare valore al club, cosa che non succede con un calciatore dai 31 ai 33 anni. Questa è la spiegazione che ci porta inizialmente ad approcciare under 30, pur riprendendo quanto già detto, ovvero che non escludo valutazioni su profili con più di trent’anni di indiscutibile valore, fattispecie che non inquinerebbe comunque i nostri principi”.

Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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