La gente vuole bene a Balotelli

Mario Balotelli, non troppo volontariamente, ha travalicato i confini del “semplice” giocatore di calcio da anni. Le sue vicissitudini sportive sono passate quasi in secondo piano rispetto alla narrazione di un personaggio complesso (non è detto che sia un tratto negativo, anzi), mediatico e, a detta dell’opinione pubblica, fuori dagli schemi. La specificazione a detta dell’opinione pubblica non è casuale, ed è probabilmente la tesi che si vuole portare avanti con l’articolo in essere.

In un movimento che negli ultimi quindici anni ha faticato a produrre world class players e ha percepito il progressivo allontanamento rispetto agli altri contesti europei tradizionalmente considerati d’élite, Balotelli personificava il trait d’union tra noi e loro. Era finalmente arrivato anche qui un talento protagonista a vent’anni non ancora compiuti. Le prestazioni, gli acuti individuali, i successi e la prospettiva hanno collocato il ribattezzato Supermario in una dimensione da noi, gli appassionati del calcio, appositamente creata. C’è un girone, sicuramente non dantesco, nel quale i giovani sono chiamati a fornire continuamente risposte a domande che sanno più di ordine. Non si può tradire un’aspettativa che non deriva da sé ma dall’esterno. Ecco gli schemi poc’anzi citati.

Questo è quanto accaduto con Balotelli. La vita del ragazzo, la sua personalità, il suo comportamento in campo (da non confondere con il carattere, sul quale dovrebbe e potrebbe esporsi solo chi lo frequenta) hanno poco a poco obnubilato l’analisi del percorso del calciatore. La mancata linearità dell’ascesa del classe ’90 ha generato un malcontento non tanto per la carriera portata avanti quanto piuttosto per la percezione che le cose non stessero andando come pronosticato.

Esiste la formula del successo? No, fortunatamente. L’aspettativa è un concetto astratto che trova negli eventi una conferma o una smentita, ma in entrambi i casi non è solidale emettere giudizi di merito. Balotelli, quando appenderà le scarpette al chiodo, non sarà (presumibilmente) ricordato come un attaccante da quasi duecento gol in carriera, bensì come il vincitore della Champions League a diciannove anni incapace di vincere successivamente il Pallone d’oro. Quanto appena scritto è sicuramente una banalizzazione, ma l’intento è quello di lasciar trasparire la i contrasti insiti nella platea giudicante dinanzi a casi che risentono di opinioni forgiate su basi poco calcistiche e tanto, eccessivamente, umorali.

Una delle tante spiegazioni che circumnavigano Mario Balotelli è la seguente: l’insoddisfazione perenne (che spesso sfocia in maleducazione ed eccesso di rancore) con la quale la gente ne attanaglia le giornate è figlia di un bene che, nel profondo dei cuori, il popolo ancora gli riserva. La rabbia è un’emozione tanto primordiale quanto pura, non è razionale,  porta a dire cose che vanno anche oltre l’accusa: ci sentiamo scontenti, contraddetti, confutati. Quello che pensavamo non è accaduto, il malcontento arde dentro di noi e lo rigurgitiamo con espressioni poco generose che, allo stesso tempo, celano in maniera schiva il sentimento iniziale.

Ecco il motivo dell’apparente provocazione presente nel titolo: la gente vedeva in Balotelli il calciatore in grado di donare nuovo lustro al Belpaese, capace di superare Gigi Riva nella classifica dei marcatori all-time della Nazionale e di vincere miriadi di trofei. Queste fattispecie si sono presentate solo parzialmente, ed è qui che bisogna avere la lucidità di riconoscere Mario Balotelli in quanto calciatore professionista e non uomo meritevole di costanti offese. Il calciatore può non piacere, è legittimo, ma la persona andrebbe rispettata e lasciata stare. Non tutti potremmo essere Balotelli, ma tutti, in fondo, gli vogliamo bene.

Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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