Reggiana, credere in ciò che si fa: analisi di una squadra senza dogmi né paure

ANALISI REGGIANA ALVINI – Diciannove giorni percepiti come l’eternità. Questo lasso temporale ha sicuramente spaventato e debilitato la Reggiana, tornata in campo nel weekend appena terminato contro il Venezia. La coesione del gruppo è emersa in tutta la propria nobiltà nel match contro i lagunari, terminato con una vittoria 2-1 dal significato che oltrepassa il significato esclusivamente sportivo. Un risultato che sa di rivincita e speranza verso un ritorno a pieno regime per percorrere il cammino tracciato e sicuramente intrapreso, come dimostrato proprio domenica.

Tamponi su tamponi, l’ansia, la volontà di giocare frenata da situazioni extra-sportive che non lasciavano spazio per un contraddittorio. Un periodo complicato, eppure calciatori e staff hanno convogliato le proprie energie in un unicum che ha permesso di ottimizzare i tempi per la preparazione del match. Nonostante la pausa forzata, il lavoro portato avanti da un anno e mezzo da Massimiliano Alvini ha dato nuovamente prove della propria bontà e ha portato la prima vittoria stagionale in casa. Ciò non era scontato, perché un calcio su principi come quello praticato dalla Regia necessita di lucidità, allenamento e ritmo, elementi mancati in questi giorni per ovvi motivi.

Banale ma doverosa precisazione: il livello degli avversari ovviamente incide sull’effettiva riuscita di ciò che si prepara. Il Venezia è una squadra ostica, propositiva, tecnica e ben allenata da Paolo Zanetti, ergo il grado di difficoltà andava considerato come ulteriormente elevato. Cos’ha mostrato la Reggiana? In prima istanza la propria identità, quella che non bisognerà mai perdere. La squadra di Alvini recita uno spartito in cui l’allenatore conferisce principi che i calciatori devono implementare forti di una ferrea organizzazione ma, allo stesso tempo, consapevoli che bisogna rischiare. Il rischio è una componente che, negli emiliani, è presente ed è un assoluto motivo di vanto: non si parla di giocate senza né capo né coda, bensì di scelte alle volte non convenzionali e propedeutiche a generare situazioni di pericolosità. Dinamica da sviluppare con e senza il pallone, facce della stessa medaglia. La concretizzazione di quanto scritto è nell’imbucata, giocata classica della compagine di Reggio Emilia. Fattispecie che implica visione, tecnica e, come detto poc’anzi, rischio. Quello che bisogna assimilare per superare una linea di pressione e che deve essere accompagnato da un movimento senza palla per ampliare la zona luce del possessore della sfera di gioco.

Igor Radrezza ha personificato questo concetto: il primo gol in Serie B, al termine di una transizione magistralmente condotta da Lunetta e sublimato da una finta che ha preceduto il preciso tiro con il mancino, è la punta dell’iceberg di una prestazione di intelligenza a 360° e pienamente concorde con le necessità della squadra. Da una sua apertura illuminante parte il gol vittoria, ulteriore prova di una prestazione pregevole per rifinitura e conclusioni.

Una squadra, la Reggiana, che pensa e gioca a testa alta e che occupa il campo non tenendo in considerazione i ruoli ma gli spazi da conquistare, che non avverte l’obbligatorietà di giocate orizzontali o verticali ma è abituata a pensare come sviluppare in diagonale (comportando perenni complicazioni e disguidi nella fase difensiva avversaria, come emerso nell’ultima partita in merito alla difficoltà del Venezia di prevedere e/o ostracizzare le imbucate prima citate). Ulteriore punto da apprezzare: la capacità di saper interpretare il match e le situazioni annesse e modulare di conseguenza le proprie attitudini: una squadra, il Venezia, con calciatori rapidi ad attaccare la profondità e, allo stesso tempo, dalla notevole tecnica, avrebbe potuto far male con un pressing ultra-offensivo, che la Reggiana ha dimostrato di poter praticare ma in quest’occasione inadatto. Principi, mai dogmi. 

Ingredienti, quelli citati in maniera sparsa in questo elaborato, che palesano un elogio derivante dalla sensazione di avere a che fare con una squadra che ha compreso di dover essere un’unica entità per innalzare il proprio valore assoluto collettivo. Tutto ciò è possibile credendo in ciò che si fa.

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Classe '96, Laureato Magistrale in Economia Aziendale con una tesi sulla Corporate Governance delle società calcistiche, italiano di nascita ma cittadinanza napoletana, appassionato di calcio a tal punto che la prima parola detta pare sia stata "Gol" invece di papà o mamma. Quando ho tempo scrivo, o almeno ci provo.

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